di Federica Falzone
Non esiste due Novembre e autunno in Sicilia che non inizi con una fragorosa domanda, nonne e zii con entusiasmo, ligie al dovere non dimenticano mai di chiedere ai nipoti più piccoli, ma anche a quelli più grandi sempre rimasti “picciriddri”, “Ti è arrivata la frutta di martorana? Ta’ mangiasti?”.
Perché possono evolvere i più disparati aspetti della tecnologia ma alcune tradizioni sono e rimarranno tali, incanto e splendore di un popolo. E loro, nonni e zii, non possono non adempiere al loro compito di intermediario tra i defunti e i bambini, portando nelle case ceste colorate dove la frutta martorana si fa spazio tra la pagliuzza luccicante.
I banconi delle pasticcerie in Sicilia si riempiono di quelle opere d’arte di artigiani e maestri, quel prelibato groviglio di farina di mandorle e miele a forma di arancia o di castagna, di pesca o di pannocchia. Fanno a gara i bambini “Voglio l’anguria” “Io il limone” come se effettivamente cambiasse il gusto. Eppure la magia risiede anche in questa scelta fondamentalmente priva di sostanza, in pratica ricca di foga.
La frutta di Martorana (Frutta marturana in dialetto) è il tipo dolce siciliano preparato, per appunto, per la festa dei morti. La nascita di questo dolce di farina di mandorla e miele che prende l’aspetto di frutta, pesci, ortaggi ha origini molto antiche. Il vescovo stava per far visita al monastero della Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, fondato da da Eloisa Martorana nel 1193, e celebre per il suo giardino. La visita avvenne nel periodo di Ottobre così le suore per rendere più accogliente il giardino e per abbellirlo realizzarono con mandorle e zucchero frutta di tutti i tipi, ricrearono un intero raccolto. Altre testimonianze affermano che la loro origine sia araba e la ricetta risale al XIII –XIV secolo.
Riconosciuta come prodotto agroalimentare tradizionale siciliano diviene dono e simbolo del ricordo di chi non c’è più, diviene elemento di unione, chiusura di un pasto in famiglia. Uno straordinario sciabordio di colori che inebria di euforia e gioia, emana dolcezza, ricordi d’infanzia che conosceva bene il nostro caro maestro Camilleri, il quale scrisse:
«Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. […]
dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?».
E ancora oggi, negli occhi di ogni Siciliano si specchia il mare, il raggiante sole sugli agrumeti e i vividi colori di cassate e frutta martorana.
Andrea Camilleri – “Il giorno che i morti persero la strada di casa”. I racconti quotidiani
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