di Ivan Ariosto

Pochi giorni fa è andata in onda l’ultima puntata della serie tv «Chernobyl», prodotta da HBO e trasmessa da Sky, relativa al disastro nucleare accaduto nell’aprile del 1986 nei pressi della cittadina di Prypjat in Ucraina, allora Paese satellite dell’Unione Sovietica.

Una catastrofe che fu, non solo umana, ma anche politica, dato che portò nei successivi tre anni al crollo del muro di Berlino e alla conseguente dissoluzione dell’URSS.

Oltre al valore della sceneggiatura, delle interpretazioni degli attori, oltre al pathos emotivo che riesce a creare nello spettatore, e alla fedeltà rispetto alle vicende realmente accadute, uno dei pregi della serie è quello di mettere in evidenza come, in realtà, il disastro di Chernobyl non fu originato soltanto da una serie di errori umani nell’esecuzione del test di sicurezza in uno dei reattori della centrale, ma fu altresì causato – ed aggravato – anche dalle distorte dinamiche di potere che caratterizzavano la burocrazia dell’Unione Sovietica.

Delle dinamiche kafkiane, in cui burocrati ossessionati dal celare l’esistenza di qualsiasi punto debole all’interno del regime guidato, all’epoca dei fatti, da Michail Gorbaciov, cercarono a tutti i costi di insabbiare le reali conseguenze del disastro, sia alla popolazione ucraina che a quella dell’intera Europa (la notizia venne, infatti, divulgata ufficialmente solo due giorni dopo l’accaduto), causando così un drammatico peggioramento delle conseguenze del più grave disastro nucleare della storia.

La centrale nucleare di Chernobyl

Il modo assurdo in cui vennero gestite le procedure di soccorso fu il simbolo dell’ossificazione dei vari livelli gerarchici su cui si imperniava l’amministrazione dell’URSS, in cui ciascun funzionario era animato dal timore di comunicare ciò che stava realmente succedendo al suo superiore, impaurito “in primis” per la propria sorte politica, più che fisica.

L’URSS mostrò di essere un apparato incapace di fronteggiare situazioni emergenziali, in cui le decisioni erano il frutto di procedure lentissime (basti pensare che gli abitanti delle città vicine furono informati ed evacuati solo a distanza di circa 36 ore dall’esplosione), che scaturivano dalla obbligatoria consultazione di una moltitudine di funzionari, spesso ottusi e animati soltanto dal conformismo verso la propaganda.

La serie tv, creata da Craig Mazin e diretta da Johan Renck, mette in luce come la tragedia di Chernobyl fu una vera e propria “tempesta perfetta”, in cui ad una catena di errori umani provocati dall’imperizia degli operatori della centrale si sommarono le omesse informazioni circa i difetti strutturali di alcune componenti del reattore, i quali vennero celati addirittura agli operatori stessi, per paura di una eventuale fuga di notizie che potesse mettere in dubbio l’efficienza del settore nucleare sovietico, fiore all’occhiello dell’economia dell’URSS.

Fu proprio la presa d’atto dell’assenza di qualsiasi reale cooperazione tra i vari livelli gerarchici dell’amministrazione, a portare Gorbaciov alla promozione della Glasnost e alla conseguente Perestrojka, la riforma che avrebbe dovuto assicurare ed incentivare la trasparenza dell’operato dello Stato, oltre che introdurre un nuovo modo  di selezionare i quadri del PCUS (il Partito Comunista dell’Unione Sovietica), al fine di combattere la corruzione e i privilegi dell’apparato politico. Riforme che si riveleranno, però, tardive, e che non riusciranno ad impedire la dissoluzione dello Stato federale creato da Lenin sessantaquattro anni prima.

Michail Gorbaciov

Ma il disastro di Chernobyl ebbe anche profonde conseguenze in termini di mutamento dell’opinione pubblica, nacquero a partire da quell’anno i primi movimenti ambientalisti che proprio oggi stanno raggiungendo la loro massima espressione, e si originò l’immediata associazione di pensiero tra energia nucleare e pericolo di morte, che portò molti Paesi europei – tra i quali l’Italia – a rinunciare alla costruzione di centrali nucleari sul proprio territorio.

Il referendum abrogativo tenutosi nel novembre del 1987, promosso dal Partito Radicale italiano, portò all’abrogazione delle norme sul nucleare (e di quelle sulla responsabilità civile dei magistrati abbinate al quesito) con il consenso dell’80% degli elettori. Chissà se – senza l’onda emotiva provocata dal disastro di Chernobyl – il risultato sarebbe stato diverso, e insieme ad esso anche la vita civile, politica ed economica del nostro Paese.