Di Luigi Garbato

Si è conclusa lo scorso 15 maggio la mostra “La Procesiòn” organizzata dalla Fondazione Federico II nei saloni del piano nobile di Palazzo Moncada a Caltanissetta. La mostra, rimasta aperta per ben due mesi, esponeva una selezione di fotografie delle processioni pasquali andaluse e alcune fotografie delle celebrazioni della Settimana Santa nissena realizzate dal fotografo nisseno Melo Minnella; un’ultima sezione era dedicata all’esposizione di alcune opere del Museo Diocesano di Caltanissetta, tra cui una copia coeva dello Spasimo di Sicilia (l’originale è di Raffaello) e un delicatissimo Crocifisso ligneo del XV secolo. Premetto che non ho visitato la mostra, sia per mancanza di tempo sia, lo confesso, per scarso interesse nei confronti dell’argomento e delle opere esposte, molte delle quali conosco già abbastanza bene.

Tuttavia ho voluto prestare molta attenzione all’andamento della mostra e adesso che si è conclusa vorrei condividere con i lettori tre considerazioni critiche.

La prima riguarda il numero di visitatori: appena 450, in media 8 al giorno. Il dato è parecchio sconfortante se confrontato con il numero di visitatori delle due ultime mostre di grande interesse che sono state allestite a Palazzo Moncada: gli abiti antichi siciliani hanno registrato 1400 visitatori paganti (1600 considerando i non paganti), quindi in media 16 al giorno, e le xilografie di Dalì sulla Divina Commedia ne hanno avuti 3600, in media 40 al giorno! Probabilmente lo scarso numero di visitatori ha una duplice spiegazione: da una parte la proposta di un’esposizione di opere e fotografie già ampiamente conosciute dai nisseni e normalmente visitabili gratuitamente al Museo Diocesano o in altre mostre temporanee, dall’altra la scarsa organizzazione da parte dell’ente gestore di iniziative capaci di appassionare il pubblico. Se le guide volontarie hanno svolto un ruolo determinante nella fruizione della mostra, raccogliendo apprezzamenti da parte del pubblico, decisamente meno brillante è stata la gestione della mostra e in particolare l’“animazione” con incontri culturali di approfondimento, curati da stimati studiosi locali che però hanno proposto al pubblico nisseno argomenti già ampiamente conosciuti e trattati.

La seconda considerazione attiene alla scelta espositiva. Per quanto mi riguarda avrei evitato la fatica di dover trasportare le opere dal Museo Diocesano al vicino Palazzo Moncada, distante appena 700 metri. Si sarebbe potuta creare una mostra in due sedi (le fotografie a Palazzo Moncada e le opere d’arte al Museo Diocesano) oppure si sarebbe potuta allestire la mostra direttamente nelle sale del museo ecclesiastico. Ma le scelte espositive sono tutte legittime, quindi non mi dilungo su questo aspetto. Però credo che alcune opere non avrebbero dovuto lasciare il museo, in particolare il delicato Crocifisso ligneo del XV secolo. Sono certo che la Soprintendenza nissena, per rilasciare il nulla osta, abbia valutato con perizia la fattibilità dell’operazione, ma spero almeno che a risarcimento dello strapazzo subito dal Crocifisso venga mantenuto l’impegno da parte della Fondazione Federico II di restaurare l’opera chiesta in prestito.

La terza e ultima considerazione riguarda il modo in cui la comunità nissena ha accolto la mostra. Se le già citate mostre di abiti antichi siciliani e di xilografie realizzate da Dalì per illustrare la Divina Commedia sono state aspramente criticate da più soggetti e in più sedi, pur riscontrando un ragguardevole apprezzamento da parte del pubblico, “La Procesiòn” non è stata mai criticata da nessuno, se non da me adesso, pur registrando un deludente numero di visitatori. Spero che questa differenza di trattamento non sia dovuta al diverso prestigio dei soggetti organizzatori: da una parte i giovani della Rete Museale Culturale e Ambientale del centro Sicilia e i giovani dell’associazione Creative Spaces, dall’altra la Fondazione Federico II. I primi quindi bersaglio facile di critiche e polemiche, la seconda invece da tenere cara perché è un’affermata istituzione culturale regionale.

In conclusione, spero che la nuova amministrazione comunale possa ripensare completamente la gestione di Palazzo Moncada e delle mostre in esso ospitate, sia seguendo il tracciato della precedente amministrazione, che ha dato incarico agli uffici di predisporre i bandi di gestione, sia ispirandosi a nuove e sane sperimentazioni gestionali come quella che interessa attualmente la mostra “Spiriti in fermento”. Auspico infine che le prossime mostre possano essere maggiormente apprezzate dai nisseni in quanto sia lo sforzo messo in campo dai professionisti che studiano il progetto espositivo sia lo stress cui sono sottoposte le opere concesse in prestito hanno un senso solo se la comunità che riceve il prodotto espositivo ne ha un reale giovamento in termini di crescita culturale e benessere sociale, raggiungibili solo attraverso una partecipata, numerosa e consapevole fruizione.