Di Giulio Scarantino

Un trofeo rivestito di tessuto rosso, con un punto bianco al centro, riposa sugli scaffali del salone. Come un occhio, quel mirino bianco mi sta a guardare. Come una ferita, uno squarcio che non si rimargina, quel trofeo fissandomi ricorda il tremendo giorno di 20 anni fa.

Nell’auditorium del liceo scientifico il 7 Maggio del 1999, l’allòra sindaco di Caltanissetta, Michele Abbate, avrebbe dovuto consegnare quel premio a degli studenti meritevoli per un concorso di poesia: tra questi c’era mio fratello. Io ero sugli spalti, ad aspettare la premiazione del Sindaco. L’attesa premiazione non è mai arrivata, così come Michele.

Durante la spensierata attesa dovuta a quel ritardo, ignari della ragione, Michele veniva colpito e portato d’urgenza in ospedale dove poco dopo si sarebbe spento. A concludersi dell’evento, venivamo fuori da quella parentesi di inconsapevolezza: l’urlo della mia maestra e lo sguardo incredulo di mia madre alla notizia, ci riportavano alla realtà e a quei minuti concitati, drammatici.

Avevo solo sei anni ma ricordo perfettamente quel giorno: la prima notte insonne per le morti inaspettate. Nel letto di mia madre ad attendere che il giorno spuntasse e per magia cancellasse quel tremendo incubo. La rassegnazione di come niente torna indietro

Ci son altre immagini per le quali invece non distinguo tra ricordi depositati nell’archivio della memoria o tra fotografie che sono semplicemente frutto dell’immaginazione dovute ai racconti della mia famiglia. Mi sembra però di aver vissuto, insieme al dolore, anche i momenti di gioia per l’incredibile liberazione della città con la vittoria al ballottaggio di Michele Abbate.

In quel puntino bianco che continuo a fissare, sembrano comparire le scene di una città in festa: amici e parenti affacciati al balcone del Comune ad esultare e sventolare la bandiera. La corsa verso i piani alti per complimentarci e vivere insieme quel momento. Mi sembra di aver conosciuto anche la paura e le lacrime dell’uomo saggio e onesto: consapevole della responsabilità che doveva affrontare.

Mi sembra di non averti conosciuto abbastanza.

Sarebbe bello se potessi dare indietro quel trofeo per riaverti qui, ma i trofei –si sa- non servono a niente. Sarebbe bello se anche solo per un giorno fossi qui, quando la tua città, la nostra città, ti ricorderà al meglio. Con il tuo sorriso sarebbe un giorno di festa per tutti.

“Sarebbe bello” è la condizione nella quale siamo stati condannati con la tua partenza imprevista. La bellezza effimera che dura troppo poco tempo, la nostalgia di ciò che poteva essere, la malinconia di ciò che non è stato: è la maledizione che ci ha colpiti con la tua scomparsa. La nostra città che si spegne lentamente, una ferita che non si rimargina: l’emorragia di talenti che vanno via come sei andato via tu: uomo saggio e sincero.